Le mani che ricordano la luce…

Nel letto 14 c’era una mamma che non chiamava mai nessuno per nome: aveva iniziato a dimenticare i volti, ma non le mani. Quando qualcuno entrava, lei cercava la mano dell’altro come si cerca una porta nel buio.
           Un giorno Marco, un infermiere giovane, le mise la mano sulla spalla mentre le sistemava il cuscino. Lei si irrigidì, poi si sciolse, come se quel gesto le ricordasse qualcosa che non sapeva più dire. «Avevo un figlio», mormorò. «Mi teneva così quando avevo paura.» Marco non rispose: le rimase accanto finché il respiro tornò regolare.            
           Ogni sera, prima di andare via, passava da lei solo per ripetere quel gesto. Lei non ricordava il suo nome, ma ogni volta diceva piano: «Grazie per non farmi sentire persa.» In quel reparto nessuno guariva davvero, ma lei, grazie a quel gesto, non si sentiva più sola.


Quando la mente smarrisce i ricordi e la vita sembra
un congedo silenzioso,
è il linguaggio del cuore e della carità a rimanere
l’unica vera ancora di salvezza.
Farsi prossimi significa prestare le proprie mani a chi ha paura del buio.


«Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi
miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.»
(Vangelo Matteo 25, 40
)


«Figlio mio, vorrei che le tue mani fossero le mie mani
 per accarezzare le creature,
i miei occhi per guardarle con compassione,
e il mio cuore per amarle quando nessuno le riconosce più.»

(Gabrielle Bossis – Lui e Io – Diario intimo di una mistica del novecento)